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Why not? Si sarà chiesto Mastella nel formulare la richiesta di trasferimento del PM di
Catanzaro Luigi De Magistris. Perché non trasferire dunque il Magistrato che ha fatto
un inchiesta riguardante la cosiddetta "cupola d'affari" che manovrava
silenziosamente la Calabria? Una cupola che comprendeva politici di destra di centro e
di sinistra (tra cui lo stesso Mastella), imprenditori, massoni più o meno deviati, una
inchiesta "scomoda" dunque. Why not…
Perchè allora manifestare e dimostrare vicinanza a Luigi De Magistris con una
petizione?
Perchè il panorama che si prospetta in Calabria, riguardante l'assenza quasi totale di
legalità, fa venire ad ogni cittadino rabbia e finalmente un forte, chiaro e pubblico
dissenso allo stato delle cose.
Perchè tutto quello che sta accadendo oggi a De Magistris e alla Forleo è già accaduto
in passato per Falcone e Borsellino, con la differenza che oggi si manifesta per dei
magistrati IN VITA, ed è questa la vera rivoluzione culturale.
Qualcosa realmente sta cambiando in Calabria. La gente è stanca e ha voglia di
reagire, per questo sono già state raccolte OLTRE CENTO MILA FIRME sino ad oggi a
favore ed in sostegno di De Magistris e della legalità.
Ci appelliamo dunque alla Corte Europea, alla Commissione ed al Parlamento europeo,
affinchè intervengano per ridare all'Italia ed agli Italiani fiducia nelle Istituzioni. In
Italia non è più garantita l'espiazione della pena e l'eguaglianza dei cittadini di fronte
alla legge è diventata, di fatto, un optional.
I nostri legislatori invece di risolvere il problema dell'eccessiva durata dei processi, che
poi finiscono in prescrizione (non sempre casualmente), pensano invece a minare
all'autonomia della magistratura.
FIRMIAMO TUTTI INSIEME
A FAVORE NON SOLO DI DE MAGISTRIS E DELLA FORLEO, MA PER LA LEGALITÀ E LA GIUSTIZIA! AFFINCHÈ MAI PIÙ NESSUNO SIA ISOLATO.
DA OGGI LA CALABRIA È CONSAPEVOLE,


NUOVA PETIZIONE ALLE AUTORITÀ EUROPEE PER LA RIAFFERMAZIONE DELLO STATO DI DIRITTO
Contro il trasferimento di Luigi De Magistris e Clementina Forleo, per la Giustizia e per la riaffermazione dello Stato di Diritto nel nostro Paese. Stampa la nuova petizione, organizza un banchetto ed aiutaci a raccogliere le firme per l' 11 gennaio 2008! Una volta raccolte le firme contattaci per conoscere l'indirizzo al quale recapitarcele.




Cittanova - giardini pubblici - 20 dicembre 2007
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COMUNICATO STAMPA
Anche Cittanova 'Pro De Magistris': raccolte 700 firme in meno di un ora.
Cittanova (RC) 20/12/07 - Oltre 700 firme in meno di un ora per Luigi De Magistris. Anche Cittanova dunque a sostegno del PM di Catanzaro titolare sino a qualche tempo fa dell'inchiesta 'Why not' che vede coinvolti tra gli altri, personaggi altolocati della politica regionale e nazionale.
E' stata infatti enorme la partecipazione al banchetto organizzato nella città della Piana di Gioia Tauro dal locale coordinamento del Movimento 'Ammazzateci Tutti' e dall'Associazione 'Cittanovattiva'. Nella nuova petizione popolare - promossa a livello nazionale dal Movimento Antimafia sorto dopo l'omicidio Fortugno - per la riaffermazione dello Stato di Diritto in Italia, si chiede l'intervento della Corte Europea, della Commissione e del Parlamento europeo, 'affinchè intervengano per ridare all'Italia ed agli Italiani fiducia nelle Istituzioni. In Italia non è più garantita l'espiazione della pena e l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge è diventata, di fatto, un optional' .
'La città ha risposto bene - fanno sapere gli organizzatori - la partecipazione dei giovani in particolare è stata davvero forte a dimostrazione di come il muro dell'omertà sia stato finalmente abbattuto'.
'Tutto quello che sta accadendo oggi a De Magistris e alla Forleo - si legge nel documento pubblico promosso dalle due associazioni - è già accaduto in passato per Falcone e Borsellino, con la differenza che oggi si manifesta per dei magistrati IN VITA, ed è questa la vera rivoluzione culturale'. Lo slogan della mattinata è stato: 'da oggi la Calabria è consapevole, da oggi finalmente la Calabria rinasce!'.
Livio Corica
Movimento 'E adesso ammazzateci tutti'
Coordinamento Piana di Gioia Tauro
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lunedì 24 dicembre 2007 - Carmen Ieracitano
LA PETIZIONE
Cittanova, gli studenti liceali a sostegno di De Magistris
Nella mattinata di giovedì gli studenti del liceo classico "V. Gerace" e del liceo scientifico "M. Guerrisi" di Cittanova, assieme ai coordinatori di "Ammazzateci tutti" e con l'appoggio dell'associazione civica CittanovAttiva, hanno avviato una raccolta di firme su una petizione popolare indirizzata alla Corte Europea dei diritti dell'uomo, alla Commissione e al Parlamento Europeo, affinchè intervengano per ridare all'Italia e agli Italiani fiducia nelle istituzioni, totalizzando circa 700 adesioni nel giro di un'ora. Nello specifico la petizione si appella alle istituzioni europee affinchè garantiscano l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, 1' espiazione della pena e la sicurezza dei testimoni di giustizia e contemporaneamente formula accuse contro la lentezza burocratica della giustizia italiana che permette processi troppo lunghi troppo spesso poi finiti in prescrizione e contro i presunti tentativi di minare l'autonomia della magistratura. Citato il caso del Pm di Catanzaro Luigi De Magistris, per il quale è addirittura stato istituito un comitato "Cittanova Pro De Magistris", e del Gip di Milano Clementina Forleo e "la sottrazione, attraverso strumenti legislativi di discutibile costituzionalità, delle inchieste "scomode" riguardanti i legami perversi tra parti politiche colluse con ambienti del malaffare". Nel mirino anche il ministro di Grazia e Giustizia Clemente Mastella e la nuova normativa introdotta dallo stesso nell'ordinamento giudiziario italiano attraverso l'ultima riforma, in virtù della quale è stato anche prospettato il trasferimento di De Magistris al Consiglio Superiore della Magistratura, e l'intero sistema giudiziario e processuale italiano, definito «fin troppo garantista e dalla procedura eccessivamente lenta e burocraticizzata».
«Crediamo - dicono i promotori dell'iniziativa - che una vera repubblica democratica debba basarsi sulla separazione dei tre poteri dello Stato: legislativo, esecutivo e giudiziario. Ed è altrettanto noto come sia necessario mantenere l'autonomia dei giudici ai fini dello svolgimento di un giusto processo, ma anche che sia loro garantito il diritto ad un giudice terzo e super partes quando si trovino ad essere giudicati dal Consiglio Superiore della Magistratura».
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Già da alcuni mesi avevo deciso - seppur con grande
rammarico - di dimettermi dall'Associazione nazionale magistrati. I
successivi eventi che mi hanno riguardato, le priorità dettate dai
tempi di un processo disciplinare tanto rapido quanto sommario, ingiusto
ed iniquo, mi hanno imposto di soprassedere.
Adesso è il tempo che 'tutti i nodi vengano al pettine'.
Vado via da un'associazione che non solo non è più in grado di
rappresentare adeguatamente i magistrati che quotidianamente esercitano
le funzioni, spesso in condizioni proibitive, ma sta - con le condotte
ed i comportamenti di questi anni - portando, addirittura,
all'affievolimento ed all'indebolimento di quei valori costituzionali
che dovrebbero essere il punto di riferimento principale della sua
azione.
L'Anm - che storicamente aveva avuto il ruolo di contribuire a
concretizzare i valori di indipendenza interna ed esterna della
magistratura - negli ultimi anni, con prassi e condotte
censurabili ormai sotto gli occhi di tutti, ha contribuito al
consolidamento di una magistratura 'normalizzata' non sapendo e non
volendo 'stare vicino' ai tanti colleghi (sicuramente i più 'bisognosi')
che dovevano essere sostenuti nelle loro difficili azioni quotidiane
spesso in contesti di forte isolamento;
ha fatto proprie tendenze e pratiche di lottizzazione
attraverso il sistema delle cosiddette correnti; ha contribuito - di
fatto - a rendere sempre più arduo l'esercizio di una giurisdizione
indipendente che abbia come principale baluardo il principio
costituzionale che impone che tutti i cittadini siano uguali di fronte
alla legge.
L'Anm è divenuta, con il tempo, un luogo di
esercizio del potere, con scambi di ruoli tra magistrati che
oggi ricoprono incarichi associativi, domani siedono al Csm, dopodomani
ai vertici del ministero e poi, magari, finito il 'giro', si trovano a
ricoprire posti apicali ai vertici degli uffici giudiziari. È uno
spettacolo che per quanto mi riguarda è divenuto riprovevole.
Anche io, per un periodo, ho pensato, lottando non poco come tutti i
miei colleghi sanno, di poter contribuire a cambiare, dall'interno,
l'associazionismo giudiziario, ma non è possibile non
essendoci più alcun margine.
Lascio, pertanto, l'Anm, donando il
contributo ad associazioni che, nell'impegno quotidiano antimafia,
cercano di garantire l'indipendenza concreta della magistratura molto
meglio dell'associazionismo giudiziario.
Non vi è dubbio che anche il Consiglio superiore della
magistratura, composto da membri laici, espressione dei partiti, e
membri togati, espressione delle correnti, non può, quindi, non
risentire dello stato attuale della politica e della magistratura
associata.
I magistrati debbono avere nel cuore e nella mente e
praticare nelle loro azioni i principi costituzionali ed essere soggetti
solo alla legge.
So bene che all'interno di tutte le correnti dell'Anm
vi sono colleghi di prim'ordine, ma questo sistema di funzionamento
dell'autogoverno della magistratura lo considero non più
tollerabile. Il Csm deve essere il luogo in cui tutti i
magistrati si sentano, effettivamente, garantiti e tutelati dalle
costanti minacce alla loro indipendenza.
Non è possibile assistere ad indegne omissioni o
interventi inaccettabili dell'Anm, come ad esempio negli ultimi mesi, su
vicende gravissime che hanno coinvolto magistrati che, in prima linea,
cercano di adempiere solo alle loro funzioni: da ultimo, quello che è
accaduto ai colleghi di Santa Maria Capua Vetere.
Non parlo delle azioni ed omissioni riprovevoli - da parte anche di
magistrati, non solo operanti in Calabria - sulla mia vicenda perché di
quello ho riferito alla magistratura ordinaria competente e sono
fiducioso che, prima o poi, tutto sarà più chiaro.
Certo, lo spettacolo che mi ha visto in questi giorni
protagonista, in un processo disciplinare che mi ha lasciato senza
parole, ha contribuito a radicare in me la convinzione che questo
sistema ormai è divenuto inaccettabile per tutti quei magistrati che
ancora sentono e amano profondamente questo mestiere e che siamo ormai
al capolinea.
Io sono orgoglioso - sembrerà
paradossale - che questo Csm mi abbia inflitto la censura con
trasferimento d'ufficio. Era proprio quello che mi aspettavo. Ed anche
scritto, in tempi non sospetti. Ho già detto, ad un mio amico
antiquario, di farmi una bella cornice: dovrò mettere il dispositivo
della sentenza dietro la scrivania del mio ufficio ed indicare a tutti
quelli che me lo chiederanno le vere ragioni del mio trasferimento.
La mia condanna disciplinare è grave e
infondata, nei confronti della stessa farò ricorso alle
sezioni unite civili della Suprema Corte di Cassazione confidando in
giudici sereni, onesti, imparziali, in poche parole giusti. La condanna
è, poi, talmente priva di fondamento, da ogni punto di vista, che la
considero anche inaccettabile.
Mi viene inflitta la censura, devo lasciare Catanzaro
ed abbandonare le funzioni di pubblico ministero in sostanza perché non
ho informato i miei superiori in alcune circostanze e perché ho
secretato un atto solo ed esclusivamente per salvaguardare le
indagini ed evitare che vi fossero propalazioni esterne che
danneggiassero le inchieste; senza, peraltro, tenere conto delle
gravissime ragioni che hanno necessariamente ispirato alcune mie
condotte. Troppo zelo, troppi scrupoli, troppo amore per questo
mestiere. Del resto il procuratore generale che rappresentava l'accusa
in giudizio, nel rimproverarmi, definendomi anche birichino, ha detto
che concepisco le mie funzioni come una missione.
Ebbene, questa decisione, a mio umile avviso,
contribuisce ad affievolire l'indipendenza della magistratura, conduce
ad indebolire i valori ed i principi costituzionali, ci trascina verso
una magistratura burocratizzata ed impaurita sotto il maglio e la clava
del processo disciplinare.
Il rappresentante della Procura generale della Cassazione in udienza,
il dr. Vito D'Ambrosio, ex politico, il quale per circa dieci
anni è stato anche presidente della giunta della Regione Marche,
ha sostenuto, durante il processo, sostanzialmente, che non rappresento,
in modo adeguato, il modello di magistrato.
Ed invero, il modello di magistrato al quale
mi sono ispirato è quello rappresentato da mio nonno magistrato
(che ha subito anche due attentati durante l'espletamento delle
funzioni), da mio padre (che ha condotto processi
penali di estrema importanza in materia di terrorismo, criminalità
organizzata e corruzione), dai miei magistrati affidatari
durante il tirocinio, dai tanti colleghi bravi e onesti
conosciuti in questi anni, da quello che ho potuto apprendere ed
imparare, sulla mia pelle in contesti ambientali anche molto difficili,
dall'esperienza professionale nell'esercizio di un mestiere al quale ho
dedicato, praticamente, gran parte della mia vita. Il mio
modello è la Costituzione repubblicana, nata dalla resistenza. Il
modello 'castale' e del magistrato 'burocrate' non mi interessa e non mi
apparterrà mai, nessuna 'quarantena' in altri uffici, nessun
'trattamento di recupero' nelle pur nobili funzioni giudicanti, potrà
mutare i miei valori, né potrà far flettere, nemmeno di un centimetro,
la mia schiena. Sarò sempre lo stesso, forse, debbo a questo appunto
ammetterlo, un magistrato che per il 'sistema' è 'deviato ed eversivo'.
Pertanto, questa sentenza è, per me, la conferma di
quello che ho visto in questi anni ed un importante riscontro
professionale alla bontà del mio lavoro. Certo è una sentenza
che nella sua profonda ingiustizia è anche intrinsecamente mortificante.
Imporre ad un pubblico ministero, che si sa che ha sempre professato e
praticato l'amore immenso per quel mestiere, di non poterlo più fare -
sol perché ha 'osato', in pratica, indagare un sistema
devastante di corruzione e cercato di evitare che una 'rete
collusiva' ostacolasse il proprio lavoro e, quindi, condannandolo per
avere, in definitiva, rispettato la legge - è un po' come dire
ad un chirurgo che non può più operare, ad un giornalista di
inchiesta che deve occuparsi di fiere in campagna, ad un investigatore
di polizia giudiziaria che deve pensare ai servizi amministrativi. Farò
di tutto, con passione ed entusiasmo intatti, nei prossimi mesi, per
dimostrare quanto ingiusta e grave sia stata questa sentenza e che danno
immane abbia prodotto per l'indipendenza e l'autonomia dei magistrati,
ed anche e soprattutto per la Calabria, una terra (che
continuerò sempre ad amare comunque finisca questa 'storia') che aveva
bisogno di ben altri 'segnali' istituzionali.
Lavorerò ancor più alacremente nei prossimi mesi -
prima del mio probabile allontanamento 'coatto' dalla Calabria - presso
la Procura della Repubblica di Catanzaro per condurre a termine le
indagini più delicate pendenti.
Non mi sottrarrò ad eventuali dibattiti pubblici
anche tra i lavoratori, tra gli operai, tra gli studenti, nei luoghi in
cui vi è sofferenza di diritti, per contribuire - da cittadino e da
magistrato, con la mia forza interiore - al consolidamento di una
coscienza civile e per la realizzazione di un tessuto connettivo
sinceramente democratico.
Il Paese deve, comunque, sapere che vi sono
ancora magistrati che con onore e dignità offrono una garanzia per la
tutela dei diritti di tutti (dei forti e dei deboli allo stesso modo) e
che non si faranno né intimidire, né condizionare, da alcun tipo di
potere, da nessuna casta, esercitando le funzioni con piena indipendenza
ed autonomia, in una tensione ideale e morale costituzionalmente
orientata, in ossequio, in primo luogo, all'art. 3 della Costituzione
repubblicana.
La lotta per i diritti è dura e forse lo sarà sempre
di più nei prossimi mesi: nelle istituzioni e nel Paese vi sono ancora,
però, energie e valori, anche importanti. Si deve costruire una
rete di rapporti - fondata sui valori di libertà, uguaglianza
e fratellanza - che impedisca all'Italia di crollare definitivamente
proprio sul terreno fondamentale dei diritti e della giustizia. È il
momento che ognuno faccia qualcosa - in questa devastante deriva
etica e pericoloso decadimento dei valori - divenendo
protagonista per contribuire al bene della collettività e del prossimo,
non lasciando l'Italia nelle mani di manigoldi, affaristi e faccendieri.
giovedì 24 gennaio 2008
Luigi De Magistris
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3 Aprile, 2008
Formidabili quei danni
Tenetevi forte: Mastella chiede i danni. Anziché ringraziare questo Paese demente che non ha ancora organizzato una class action per chiedergli i danni, lo statista di Ceppaloni, momentaneamente ai box, strilla su giornali e tv che vuol esser risarcito e si appella a Napolitano. Perché mai? Perché la Procura di Roma ha archiviato l'inchiesta a carico suo e di Rutelli per abuso d'ufficio a proposito del volo di Stato al Gran premio di Monza, svelata dall'Espresso. E il gip di Catanzaro ha archiviato la sua posizione nell'inchiesta «Why Not».
Ma intanto lui ha perso il posto. Ora, lui s'è dimesso per l'inchiesta di S. Maria Capua Vetere, più che mai aperta, e non per le altre due. Quanto al Gran Premio, non si capisce letteralmente di che parli Mastella: l'archiviazione non cancella il fatto, non significa che lui non fosse sull'aereo di Stato col figlio Elio per vedersi la Formula Uno a spese dei contribuenti.
Significa che tutto ciò non è reato. E chissenefrega: nessuno aveva detto che lo fosse. S'era detto che è uno scandalo l'uso personal-familiare di risorse pubbliche, e lo si può ripetere tranquillamente oggi. In un paese serio non sarebbe Mastella a chiedere i danni: sarebbero i cittadini a chiedergli, in solido con Rutelli, di pagare la benzina dell'Air Force One.
Sull'altra archiviazione, quella nel caso Why Not, i giornali scrivono che la gip Tiziana Macrì avrebbe addirittura scritto che Mastella non andava nemmeno indagato. Ma nessuno cita il passo del provvedimento e dunque è lecito dubitare che la giudice si sia spinta tanto oltre: per ora sono il Pg Enzo Iannelli e l'ex indagato Mastella ad attribuirle quella strana affermazione.
Se davvero l'avesse fatta, la gip Macrì avrebbe compiuto un'indebita invasione nel campo del pm, unico soggetto abilitato per legge a decidere chi dev'essere iscritto e chi no. Il gip deve solo stabilire se gli elementi raccolti meritino o no il rinvio a giudizio e nient'altro.
Se avesse eccepito su una scelta che spetta al pm, la gip avrebbe fatto ciò che viene rimproverato (ingiustamente) alla Forleo e dovrebbe (giustamente) risponderne al Csm. Ma perché Mastella era stato indagato da De Magistris? Secondo Carlo Macrì del Corriere, solo «per una presunta amicizia con Antonio Saladino» e perché «il suo numero di telefono era nell'agenda di Saladino».
Ma le cose non stanno così. Per un anno De Magistris indaga su alcune società legate al capo della Compagnia delle opere calabrese, Antonio Saladino, rimpinzate di denaro pubblico poi finito nell'ipotesi d'accusa - nelle tasche di vari politici.
Il sistema è talmente consolidato che di casi Why Not vedi ultima puntata di Report se ne contano a centinaia in tutto il Sud. Intercettando Saladino e altri indagati, come il piduista pregiudicato Luigi Bisignani, il generale Poletti, il costruttore Carducci, emerge che i suddetti erano in stretti rapporti con Mastella. Mastella gioca d'anticipo e il 20 settembre 2007 chiede al Csm di cacciare De Magistris da Catanzaro. Il Csm non l'accontenta, non subito almeno.
Il pm continua a lavorare (a fine anno scadono i termini dell'indagine) e interroga vari testimoni, tra cui l'ex consigliere regionale del Psdi Giuseppe Tursi Prato, in carcere per mafia, voto di scambio e corruzione, che ha deciso di collaborare. Tursi Prato gli descrive il trasversalissimo sistema di potere di Saladino & C., con presunti scambi di favori e voti con vari politici, tra cui Mastella, eletto proprio in Calabria. Notizie di possibili reati che il 14 ottobre impongono al pm di iscrivere Mastella sul registro degli indagati per le ipotesi di truffa allo Stato italiano e all'Unione Europea, abuso d'ufficio e finanziamento illecito dei partiti: un atto dovuto a garanzia dello stesso inquisito, anche in vista della perquisizione che dovrà presto scattare nella sede del Campanile, l'organo Udeur finanziato dallo Stato e finanziatore della famiglia Mastella.
De Magistris prende ogni precauzione per evitare fughe di notizie, informando- ne solo il procuratore aggiun- to. Ma «qualcuno» spiffera tutto a Libero, che il 19 ottobre titola: «Mastella indagato?».
Il Pg Dolcino Favi non aspetta di meglio e lo stesso giorno avoca l'inchiesta per un grottesco «conflitto d'interessi» del pm: siccome Mastella vuol trasferi- re De Magistris, allora De Magistris ce l'ha con lui. Pare la fiaba del lupo e dell'agnello. Per legge il Pg non conosce le indagini, dunque non potreb- be avocare il fascicolo per un fatto l'iscrizione di Mastella a lui ignoto. Ma provvede Libero a informarlo, dandogli il destro per bloccare il pm titolare.
Come aveva previsto, sempre su Libero, il profeta Renato Farina, già «agente Betulla», amico di Saladino, 8 giorni prima dell'avocazione e 3 giorni prima dell'iscrizione. Da Catanzaro, lo stesso 19 ottobre, trapela la notizia che proprio per quel giorno De Magistris aveva fissato perquisizioni al Campanile e alla ditta Carducci. Ma il Pg Favi le rinvia al 25, quando tutti ormai se le aspettano. L'effetto sorpresa è svanito, l'inchiesta su Mastella è rovinata.
Alla fine l'unico a pagare è De Magistris, censurato e trasferito dal Csm. I danni dovrebbe chiederli lui. Mastella dovrebbe accendere un cero alla Madonna di Ceppaloni, per grazia ricevuta.
Marco Travaglio
4 Aprile, 2008
Mastella non poteva essere indagato. Why Not?
CATANZARO - Ora chiede giustizia l'ex ministro Clemente Mastella, da ieri definitivamente fuori dall'inchiesta "Why Not" per decisione del gip di Catanzaro Tiziana Macrì. Che ha accolto la richiesta avanzata il 4 marzo scorso dal procuratore generale di Catanzaro Enzo Jannelli e dai sostituti Domenico De Lorenzo e Alfredo Garbati dal momento, avrebbe detto il giudice (almeno secondo le notizie uscite sulla stampa), che "mancavano assolutamente i presupposti" per la sua iscrizione nel registro degli indagati e "successivamente non sono sopravvenuti elementi nuovi".
"Adesso chi mi ripaga i danni?" chiede a gran voce il leader dell'Udeur ad ogni microfono utile precisando a Carmelo Lopapa de La Repubblica di non serbare alcun rancore nei confronti del pm De Magistris, verso il quale esprime il suo "perdono cristiano", ma scagliando la propria ira funesta contro chi avrebbe "orchestrato questa cosa immorale".
Ovverosia "un disegno politico, giudiziario e mediatico con un solo obiettivo: farmi dimettere dal ministero della Giustizia e aprire una nuova fase politica". Proprio per chiarire queste responsabilità il "malcapitato" indosserà ora i panni dell'investigatore alla ricerca della verità.
"Tornerò ad essere il giornalista di un tempo - continua - l'unico mio impegno sarà cercare di scoprire e denunciare chi c'è dietro il disegno, il complotto ordito ai miei danni". Visto che "ormai è chiaro, tutto questo non può essere avvenuto per caso".
E infatti non è così. Perché nell'ottobre del 2007 non fu il caso a far decidere al pm De Magistris di iscrivere l'allora ministro nel registro degli indagati dell'inchiesta Why Not, ma una serie di fatti che iniziano con innumerevoli contatti telefonici tra il politico e diversi soggetti coinvolti nella stessa indagine e soprattutto Antonino Saladino, referente al sud per la "Compagnia delle Opere".
Vero deus ex machina del presunto comitato d'affari politico-massonico-imprenditoriale, particolarmente dedito a depredare finanziamenti pubblici dell'Unione Europea, attivo in Calabria, ma ramificato in tutto il territorio nazionale e attorno al quale si sviluppa l'intricata vicenda. Che ha coinvolto, tra gli altri, il presidente del Consiglio uscente Romano Prodi ancora indagato per abuso d'ufficio perché, secondo l'accusa, avrebbe avuto un ruolo proprio nel pilotare fondi comunitari europei destinati all'Italia.
Un sistema più che collaudato visto che di casi come questo, basti dare un'occhiata alle notizie, in Italia e in particolare al Sud ve ne sono a centinaia. Durante le indagini in questione, l'allora consulente della procura Gioacchino Genchi, vicequestore della Polizia, aveva riportato nella sua relazione alcuni passi delle conversazioni telefoniche tra Mastella e il Saladino, legati da rapporti "molto confidenziali".
Tanto che il primo avrebbe invitato il rampante imprenditore "ad una maggiore collaborazione alla sua coalizione politica". Non solo. In un altro passo del documento si legge infatti che "Mastella chiama Saladino e gli chiede di incontrarlo, Saladino (che pure si trova a Roma) gli dice che non può raggiungerlo e gli segnala l'opportunità di incontrare un suo amico, <>, che era <>, <>".
E a risultare interessanti dal punto di vista investigativo apparirebbero essere anche una serie di contatti circolari tra le utenze di Mastella, Antonietta Magno, Giancarlo Franzè e Luigi Bisignani. Quest'ultimo già iscritto "attivo", con tessera n. 203, alla loggia P2 di Licio Gelli, condannato a 3 anni e 4 mesi di reclusione nel processo milanese per la maxi tangente Enimont, attualmente in contatto con numerosissime "utenze istituzionali" (Bisignani, inoltre, risulta a sua volta in contatto con Walter Cretella Lombardo e quest'ultimo, ancora, con il Saladino).
"A parte gli intensi rapporti di Bisignani con Mastella e col Cretella - scrive Genchi - hanno destato un certo allarme i contestuali, intensi e numerosissimi contatti telefonici fra le utenze del Bisignani e le utenze personali e di servizio di Salvatore Cirafici, ex ufficiale dei Carabinieri ed in atto Direttore Corporate Governance di Wind spa".
E se per i non addetti ai lavori potrebbe non risultare chiaro "Salvatore Cirafici è il capo della struttura che sostanzialmente si occupa della gestione di tutte le richieste di intercettazioni telefoniche, accertamenti e tabulati, inviate da tutte le Autorità Giudiziarie italiane". In sostanza, "non esiste acquisizione di tabulati, richiesta di intercettazioni, accertamenti anagrafici ed attività acquisitive in vario modo dirette da qualunque Autorità Giudiziaria italiana, che non venga portata a conoscenza della struttura aziendale diretta da Cirafici".
E se tutto questo non bastasse, una volta rilevati gli intensi rapporti di Bisignani con Cirafici, Genchi aveva scoperto che le "utenze del Cirafici" avevano "evidenziato circolari rapporti telefonici con utenze già della disponibilità di Fabio Ghioni, Luciano Tavaroli, Marco Mancini, Tiziano Casali, Filippo Grasso e del giornalista Luca Fazzo, dei quali è stato accertato in sede cautelare il coinvolgimento in vicende spionistiche, fino ad ora limitate al gruppo Telecom".
Insomma, una rete di rapporti così intricata e pericolosa per l'allora ministro Mastella che, con tutta probabilità, di questo era perfettamente cosciente. Poiché a fine settembre del 2007 aveva chiesto in tutta fretta il trasferimento del pm da Catanzaro pur non riuscendo ad ottenerlo subito dal momento che troppo deboli risultavano essere le accuse contenute nel dossier preparato dagli ispettori di Via Arenula, impegnati a passare la setaccio ogni angolo dell'ufficio del pm di Catanzaro.
Una volta appreso della decisione del Csm di rimandare al 17 dicembre la "sentenza" sul suo trasferimento De Magistris aveva continuato a lavorare, scoprendo una pista che portava dritta dritta nelle banche di San Marino e interrogando un nuovo testimone: Pino Tursi Prato, ex consigliere regionale socialista, ex assessore, ex presidente dell'Asl di Cosenza, ex affarista in contatto con Antonino Saladino, già condannato per associazione mafiosa. Che aggiungeva nuovi compromettenti elementi (anche se tutti da verificare) relativi sia al ruolo di Prodi che a quello di Mastella chiamando in causa anche il presidente della Regione Calabria Agazio Loiero oltre a Pino Galati e Lorenzo Cesa dell'Udc.
Notizie di possibili reati che in fede al principio dell'obbligatorietà dell'azione penale imponevano a De Magistris di iscrivere il leader dell'Udeur nel registro degli indagati con le accuse di abuso d'ufficio, finanziamento illecito ai partiti e truffa nei confronti dell'Unione Europea e dello Stato Italiano.
Ma cinque giorni dopo, il 19 ottobre, grazie ad una fuga di notizie "Libero" viene a sapere dell'iscrizione di Mastella nel registro degli indagati, cosa che il pg facente funzioni di Catanzaro Dolcino Favi prende a pretesto per decidere di adottare un provvedimento a cui nella storia raramente si è fatto ricorso: l'avocazione. Ossia la sottrazione dell'indagine, in questo caso la Why Not, dalle mani del sostituto procuratore che la stava seguendo. Motivazione: Favi ritiene incompatibile il ruolo del magistrato dopo la notizia dell'iscrizione di Clemente Mastella nel registro degli indagati perché il pubblico ministero non può essere da una parte l'uomo che indaga sul Guardasigilli e dall'altra l'uomo contro il quale lo stesso Guardasigilli ha avviato un'azione disciplinare.
Come a dire che per un ministro è sufficiente chiedere il trasferimento di un pm per togliersi dai guai. E così, mentre le carte dell'inchiesta vengono sottratte a De Magistris (quasi) di nascosto, durante il week-end e prima ancora di ricevere il decreto di avocazione, diventa di dominio pubblico la notizia di due perquisizioni "a sorpresa" già fissate dal pm: una alla sede del "Campanile" quotidiano dell'Udeur, dove secondo l'accusa sarebbero confluiti finanziamenti illeciti al partito di Mastella (in parte, così sembrerebbe, finiti direttamente nelle tasche del ministro e in quelle della sua famiglia) e l'altra negli uffici della Giafi, appartenenti all'imprenditore Valerio Carducci, altro indagato insieme ad Antonino Saladino.
Svanito l'effetto sorpresa le perquisizioni, rimandate al 25 ottobre, non hanno più senso. Molti elementi raccolti nel corso dell'indagine non possono più essere verificati mentre per sgombrare il campo da possibili "colpi di coda" vengono allontanati dall'indagine anche alcuni dei più fidati collaboratori di De Magistris. Quelli che con lui avevano collaborato all'inchiesta Why Not: il capitano Paquale Zacheo, trasferito con urgenza a Fermo, nelle Marche e il perito Gioacchino Genchi, ormai ex- consulente informatico dell'accusa. Ancora. A gennaio la sezione disciplinare del Csm decide che De Magistris non solo dovrà la lasciare la Procura di Catanzaro, ma non potrà nemmeno più esercitare funzioni di pubblico ministero.
Sul punto si attende ora la pronuncia della Cassazione, che speriamo terrà conto di un fattore di non poca importanza: secondo accertamenti della procura di Salerno dietro agli attacchi al pm di Catanzaro ci sarebbe una vera e propria "regia". E a finire sotto indagine non è solo il procuratore capo di De Magistris, Mariano Lombardi, ma anche l'aggiunto Murone e il pm Rinaldi: tutti accusati di corruzione in atti giudiziari per vicende legate alle inchieste Why Not e Poseidone. Insieme al pg Dolcino Favi, indagato invece per abuso d'ufficio e calunnia.
Monica Centofante
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DE MAGISTRIS: PROCURA SALERNO CHIEDE ARCHIVIAZIONE
(AGI) - Catanzaro, 4 giu. - La Procura della Repubblica di Salerno ha chiesto l’archiviazione nei confronti di Luigi de Magistris, sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Catanzaro, nell’ambito dell’inchiesta avviata nei suoi confronti su denuncia di magistrati e altri soggetti coinvolti nell’inchiesta “Toghe lucane” di cui il pm in servizio nel capoluogo e’ titolare. La maxi-inchiesta condotta nei confronti del pm De Magistris dalla Procura Salernitana, competente per reati a carico dei magistrati del distretto catanzarese,, per i reati di calunnia, abuso d’ufficio e rivelazione di segreto d’ufficio, che ha avuto ad oggetto le condotte del magistrato nelle inchieste “Poseidone”, “Why not” e “Toghe lucane” e’ durata diversi mesi, e’ stata condotta dal Reparto operativo del Comando provinciale dei carabinieri di Salerno, e ne sono titolari il procuratore della Repubblica di Salerno Luigi Apicella ed il sostituto procuratore Gabriella Nuzzi, e si e’ conclusa con l’accertamento dell’infondatezza delle denunce e degli esposti presentati contro De Magistris. Nelle circa 1.000 pagine della richiesta di archiviazione, si parla infatti di “insussistenza di illegittimita’ sostanziali e/o procedurali penalmente rilevanti ovvero di condotte abusive addebitabili nell’esercizio delle funzioni giudiziarie del De Magistris”, e si sottolineano, invece, “i risultati investigativi ottenuti, la natura e la cadenza degli interventi subiti a causa della intensita’ ed incisivita’ delle sue indagini; il complesso materiale probatorio acquisito ha consentito di riscontrare la bonta’ della sua azione inquirente, nonche’ di ricostruire la sequenza ed il contenuto degli atti procedimentali appurandone la correttezza formale e sostanziale”.
da Repubblica.it del 27 giugno 2008 Csm, assolta Clementina Forleo “Paga avere fiducia nella giustizia”.
La sezione disciplinare chiude la vicenda del gip di Milano e della scalata Unipol.
La motivazione: “Il fatto non costituisce illecito disciplinare”.
Roma - “Il fatto non costituisce illecito disciplinare”. Il gip di Milano Clementina Forleo è stata assolta dalla sezione disciplinare del Csm dall’accusa di aver violato i suoi doveri per i contenuti dell’ordinanza con la quale, nel luglio del 2007, chiese alle Camere l’autorizzazione all’uso di intercettazioni che riguardavano alcuni parlamentari nell’ambito della vicenda Unipol. “Avere fiducia nella giustizia prima o poi paga” commenta la Forleo che non sarà trasferita come aveva chiesto il rappresentante dell’accusa, il sostituto pg della Cassazione Federico Sorrentino.
Alla Forleo, infatti, veniva imputato “un abnorme e non richiesto giudizio anticipato” su alcuni questi parlamentari che pure non erano indagati, “ledendo i loro diritti ed esorbitando dalle sue competenze”.
Il riferimento è a Massimo D’Alema e Nicola La Torre che la Forleo aveva definito “consapevoli complici di un disegno criminoso” ipotizzando per loro il possibile concorso nel reato di aggiotaggio.
E descrivendoli come “pronti e disponibili a fornire i loro apporti istituzionali in totale spregio dello stato di diritto”.
Accuse a cui il difensore di Forleo, il Procuratore di Asti Maurizio Laudi, aveva risposto con la richiesta di assoluzione, ritenendo del tutto infondate le accuse nei confronti della sua assistita.
Che, davanti alla sezione disciplinare del CSM, si era limitata a pronunciare poche parole: “Spero, credo e voglio credere che la legge sia uguale per tutti”.
L’eventualità di un trasferimento da Milano, però, è sempre possibile. Il plenum del Csm, infatti, nelle prossime settimane sarà chiamato a decidere se dare il via libera al trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale del gip di Milano proposto dalla prima commissione del Csm e relativo alle dichiarazioni che la Forleo aveva rilasciato su presunte “pressioni” ricevute da “ambienti istituzionali”.
Inoltre, nei confronti della Forleo, pende anche un’altra azione disciplinare promossa dal Pg della Cassazione e inerente la gestione di un procedimento a carico di Farida Bentiwaa, accusata di terrorismo internazionale, processo sul quale il Gip aveva avuto contrasti con il procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro.
Oggi la Forleo si gode l’assoluzione. E rivolge un pensiero al suo collega De Magistris, il magistrato, coinvolto in un procedimento disciplinare, titolare dell’inchiesta Why Not che vedeva coinvolto Clemente Mastella: “Siccome il tempo è galantuomo spero che anche lui abbia giustizia”.
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