
La politica, nei nostri Comuni, si sta trasformando sempre di più in tecnocrazia e la figura del politico coincide spesso con quella dell'amministratore. Si perde così il significato della progettazione sociale. Il politico, invece, non dovrebbe essere colui che stila un freddo atto amministrativo, ma colui che opera una scelta.

La “legalità”, ossia il rispetto e la pratica delle leggi, costituisce una condizione fondamentale perché vi siano libertà, giustizia e pace tra gli uomini. Se mancano chiare e legittime regole di convivenza, oppure se queste non sono applicate, la forza tende a prevalere sulla giustizia, l'arbitrio sul diritto, con la conseguenza che la libertà è messa a rischio fino a scomparire.

Occorrono, dunque, “regole di convivenza”. E non può esserci arbitrio alcuno nell'applicazione di tali regole: non c'è distinzione tra il “mio” amico e il “mio” nemico, tra quello che appartiene alla “mia” parte e quello che non appartiene alla “mia” parte.

In realtà, la “mia” parte non può che essere quella del bene comune, della ricerca costante di questo stesso bene, meta e impegno che unifica gli uomini al di là della diversità dei loro interessi. Ecco perché la classe dirigente dovrebbe essere formata da amministratori locali rispettosi della legalità, non per vuoto formalismo, ma perché convinti della “sostanza” della legalità, pienamente consapevoli che anche da lì passa la strada del bene comune. Amministratori locali nati da una nuova linfa democratica, “custodi” della giustizia, nemici dell'arbitrio, difensori della legalità e della pratica delle leggi.

Il primo compito che spetta agli amministratori è, allora, la pratica della legalità. Ma ad essi spetta anche un compito preciso di vigilanza sull'intera “struttura” loro affidata, perché anch'essa persegua il bene comune usando lo stile della legalità e rispettando forma e sostanza della legge.

Questo compito di vigilanza è spesso sottovalutato e non è vissuto fino in fondo. Accade talvolta che gli uffici, i servizi, gli apparati burocratici, persino gli stessi dirigenti prendano il sopravvento e giochino il loro ruolo a difesa di se stessi e non per il bene comune. Così accade che le risposte della pubblica Amministrazione si fanno rigide, vuote, impersonali e rischiano spesso di non risolvere i problemi. A questi amministratori si chiede un “di più” di responsabilità, un “di più” di coerenza, un “di più” di testimonianza nei comportamenti e nello stile complessivo dell'agire.

Gli amministratori locali hanno bisogno di una disciplina interiore continua e severa. Ne hanno bisogno perché non vi è chiesta una generica onestà o una generica dedizione, ma una “precisa” onestà e un'altrettanto “precisa” dedizione, i cui contorni si scopriranno giorno per giorno, il cui peso si andrà commisurando momento per momento.
La gente, il popolo, si aspetta questo dai suoi amministratori. Desidera poter guardare gli amministratori con rispetto. La gente ha bisogno di testimonianze forti di correttezza, di onestà, di schiettezza, di pulizia morale. Se lo aspettano dalla destra e dalla sinistra, dagli eletti di qualsivoglia lista e di qualunque matrice culturale e politica. È questa un'attesa che non va delusa! Il lavoro a volte sarà anche duro, a volte contrastato, a volte la pazienza sarà messa duramente alla prova tentando di dimostrare all'avversario o, addirittura, al “nemico” che si incontra, di essere i più forti, tradendo così i buoni propositi del principio.

Spesso la strada si fa ardua, è vero. Più spesso ancora, diventa insidiosa, ci si trova invischiati in cose non previste e non sempre uno se ne accorge in tempo, allora, talvolta, si sceglie di starne fuori, si chiudono gli occhi su quello che succede, non si riesce a combattere, semplicemente “si omette” di fare fino in fondo ciò che si deve.

Oggi è necessario più che mai, per le diverse forze politiche, gareggiare in giustizia e onestà. Non nell'affermazione verbale di giustizia e onestà, non nella condanna dell'immoralità sempre presunta in chi è avversario, ma gareggiare lealmente per fare opere di giustizia e per dare testimonianza di onestà.

Il cittadino ha diritto all'imparzialità nelle scelte di chi amministra, ha diritto ad un trattamento equanime. Non ci sono mai cittadini di serie A e di serie B. Non può essere considerato con più attenzione solo chi ha voce potente, mezzi, denaro, terreni, informazioni, conoscenze e quant'altro. A tutti si deve la stessa attenzione, lo stesso rispetto della legge, la stessa imparzialità. Per ogni amministratore locale, un passaggio fondamentale nel suo dedicarsi ad opere di giustizia è il saper ascoltare e desiderare di ascoltare sia ciò che viene detto, sia ciò che resta inespresso e celato.

Amministratori locali come degli appassionati conoscitori e ascoltatori delle comunità loro affidate, interpreti davvero del bene riservato a ciascuna di esse. La giustizia non si applica in astratto, non è una virtù disincarnata dal reale, essa si nutre della conoscenza dei luoghi, delle situazioni, delle persone, visti e considerati, appunto, nella loro realtà e concretezza, “ascoltati e conosciuti”, interpretati e capiti. Si “ascolta” attraverso una capacità affinata giorno per giorno, sapendo leggere i segni delle nostre comunità, sapendone cogliere gli elementi essenziali, vedendo ciò che serve o ciò che è utile. Ma pure “ascoltando” in senso proprio, ossia stando seduti ad accogliere i cittadini che esprimono le loro questioni, chiedendosi come risolverle, se è lecito risolverle e dicendo con chiarezza e senza alcuna finzione i no che pure vanno detti, quando le richieste non sono pertinenti o ledono i più elementari principi di correttezza o, anche solo, di buon senso.

Ascoltare comporta, poi, il coraggio di assumersi le proprie responsabilità, comporta scelte e indirizzi conseguenti da assegnare alla cosiddetta “macchina comunale”. E tutto questo senza alibi!

La legge o, peggio, la burocrazia non possono diventare un'arma di offesa, non sono un alibi dietro il quale nascondersi per non dare risposte o per scaricare sugli altri la responsabilità dell'attuazione o della non attuazione di una scelta. La nostra gente ha bisogno di essere ascoltata, ha bisogno di essere aiutata laddove è necessario, ha bisogno di vedere assunzioni vere di responsabilità, ha bisogno di avere la testimonianza tangibile che non sempre vince il più arrogante o il più ingiusto, ma anche chi ha ragione davvero.

Quella dell'amministratore locale è una responsabilità da vivere con profonda onestà: l'onestà è uno degli elementi che favoriscono e, in qualche modo, fondano la fiducia del cittadino nei confronti delle istituzioni. Gli amministratori pubblici sono chiamati non semplicemente ad un'onestà esemplare, ma ad una onestà eroica. Per rendere giustizia ai poveri, ai disoccupati, agli emarginati servono risorse, è vero, ma servono anche intelligenza, creatività, progettualità coraggiosa, capacità di mobilitare le comunità.

Tutto questo appartiene alla sfera della responsabilità degli amministratori e si alimenta al fuoco dell'intelligenza, dell'entusiasmo, della disponibilità, al non accontentarsi, nel senso più bello dell'espressione, di essere arrivati a ricoprire un ruolo importante. Accanto al rispetto della legge e accanto alla pratica della giustizia, occorrono intelligenza, entusiasmo, disponibilità e gratuità.

Intelligenza significa conoscenza, ma non solo. Significa capacità di “leggere dentro” problemi e situazioni e significa pure venirne a capo. Significa non accettare soluzioni precostituite per non fare fatica, come pure agire con pazienza nel capire e nel costruire consenso. Significa avere i “tempi giusti”, saper aspettare, quando serve, ed affrettare le cose, quando è necessario. Significa avere uno sguardo che sa andare al di là delle apparenze, uno sguardo che coglie la sostanza, il cuore dei problemi. Significa, ancora, capacità di confrontarsi, di discutere, di valutare, di scegliere. Significa capacità di vedere le cose “più in grande” e, nello stesso tempo, di rapportarle alla dimensione della comunità.
data, 12 aprile 2007


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