LA NORMALITA' NON PUO' DEVASTARE ANIME

La normalità può mostrarsi, a volte, come la vera minaccia della nostra società. Quando una situazione, un problema, un comportamento diventa "normale", esso entra a far parte della nostra vita e perde di senso. Tutto ciò che si normalizza diventa un semplice tassello in più sulla ruota dell'abitudinarietà e non ci tocca, non ci sfiora neppure, scivola su di noi nell'indifferenza dello sguardo e nel silenzio del cuore.
Tanto clamore per il caso De Magistris, tante voci che si fanno sentire. Eppure, a parte questo, il silenzio. Non una parola sulla criminalità che dilaga, non una voce contro le uccisioni che sono ormai all'ordine del giorno, non un urlo contro la violenza sulle donne. È come se tutto ciò fosse diventato "normale", e noi, distratti e indifferenti, ci siamo abituati alla violenza, alla morte, alla paura. Non si ha paura? Non si pensa che la minaccia è dietro l'angolo?
Ultimo capitolo sull'infinito libro della violenza è quello della 47enne uccisa a Roma, gettata seminuda in un fosso, dopo essere stata barbaramente seviziata. Una donna con la sua vita, la sua famiglia, annientata in pochi minuti. E cosa dire del piccolo Flavio morto a Scido per negligenza della sanità calabrese? Dopo il dolore e la commozione per la morte di queste persone, non può spegnersi tutto nella nostra cara normalità. Quando un uomo toglie la vita ad un altro uomo, sia che questo gesto venga fatto in nome della legge o contro la legge, da un solo uomo o da una banda, a sangue freddo o in preda al furore, in un attacco di violenza o in risposta alla violenza. Quando strappiamo il tessuto della vita ad un uomo che l'ha faticosamente creato per sé e per i propri figli, allora tutto un mondo è degradato. Eppure sembra che tolleriamo un crescente livello di violenza che ignora l'umanità che ci accomuna e le nostre PRETESE DI CIVILTA'. Troppo spesso rendiamo onore alla spavalderia, alla prepotenza e a chi esercita la forza; troppo spesso scusiamo coloro che costruiscono la propria vita sui sogni infranti di altri esseri umani. Ma una cosa è chiara: la violenza genera violenza, la repressione genera rappresaglia e soltanto la pulizia di tutta la nostra società potrà estirpare questo male dalla nostra anima. Quando si insegna ad un uomo ad odiare, ad avere paura del proprio fratello, quando si insegna che un uomo ha meno valore a causa della sua posizione sociale, quando si insegna che chi è diverso da te minaccia la tua libertà o il tuo lavoro o la tua casa o la tua famiglia, allora si impara ad affrontare l'altro non come un compatriota ma come un nemico da trattare non con collaborazione ma come una conquista. Per soggiogarlo e sottometterlo. Impariamo in sostanza a guardare i nostri fratelli come uomini alieni con cui dividiamo una città ma non una comunità. Uomini legati a noi da un'abitazione comune ma non da un impegno condiviso. Impariamo a dividere soltanto una paura comune, soltanto un desiderio comune. Quello di ritirarci gli uni dagli altri e reagire al disaccordo con la forza.
La nostra vita su questo pianeta è breve, mentre il lavoro da svolgere è troppo vasto per debellare questo spirito negativo da tutta la nostra nazione. Forse non possiamo bandirlo con un programma da parte del Governo, ma possiamo almeno ricordare anche una sola vota quelli che vivono con noi, coloro che dividono lo stesso breve arco di vita, che cercano - come facciamo tutti noi - soltanto la possibilità di vivere la propria vita con uno scopo e in felicità, conquistandosi la realizzazione e la soddisfazione che possono. Sicuramente il legame che ci accomuna, il legame di scopi che ci uniscono può insegnarci qualcosa: indubbiamente possiamo imparare, per lo meno, a guardare chi ci sta intorno e possiamo cominciare a lavorare con maggiore impegno per ricucire le ferite che ci sono tra noi, per tornare ad essere fratelli e compatrioti nel cuore.

Elena Sodano
Presidente Associazione Ra.Gi.

Data, 2 novembre 2007

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